Le metamorfosi



II divano rosso

L’autobus si fermò di fronte a un negozio di mobili e il mio sguardo 
cadde su un divano rosso in vetrina. Si vedeva lo schienale, rivestito 
di un tessuto bouclé, molto spesso. Nella mia mente balzò, all’improvviso, 
un pensiero bizzarro: quant’è bello sarebbe  piantare le unghie in questo 
largo e ruvido schienale e cominciare a lacerarlo, a lungo, senza sosta 
né pietà, arrivare alla carcassa di legno e poi lacerare di nuovo, ancora 
e ancora… Quando tutto sarà finito sarebbe  bello saltare sul divano, 
girare su se stessa un paio di volte, “impastare” per bene, estraendo 
il massimo piacere, e poi addormentarsi beata in mezzo ai morbidi cuscini.
Chi ha detto che un umano non potrebbe avere dei pensieri felini?  



“Io sono lui”

Angela ha 80 anni, è una placida vecchietta con molti interessi 
culturali. Infatti, scrive le poesie, passa le notti leggendo i 
libri e frequenta l’università della terza età. Un giorno, ospite 
a casa mia, si sedette di fronte a Opizzo, il mio gatto nero, e 
lo guardò attentamente. Non si sa esattamente cosa successe in 
quel momento quando i loro sguardi s’incontrarono, ma alzandosi 
in piedi Angela disse, a sorpresa: “Io sono lui. Sono come lui. 
Siamo le due metà della stessa mela.”
Da qual momento cominciò a telefonarmi, domandando della salute 
di Opizzo. E tutte le volte che le rispondevo che Opizzo è depresso 
(cosa che succedeva spesso), mangia poco, mi confermava che neppure 
lei si sentiva bene.
Un giorno Opizzo è rimasto casualmente chiuso sul poggiolo per 
circa un’ora, e dato che non era molto abituato all’aria fresca 
di primavera, prese un raffreddore. Telefonai alla Angela e seppi 
che anche lei era a letto con un raffreddore…
Non avevo più dubbi: tra loro due era teso un filo invisibile e 
misterioso.



Carne sul piatto

Marcella, insegnante di matematica in pensione, era nota come 
una persona abbastanza “stravagante”. Qualcuno affermava pure 
che “tutti i matematici sono matti”. Non oso appoggiare questa 
tesi ma il fatto che Marcella sapeva  stupire era certo.
Un giorno eravamo seduti a tavola con Marcella. Si parlava 
degli animali, e Marcella prese la parola: “Sentite un po’ 
quello che mi era successo un giorno. Eravamo a pranzo, con 
tutta la famiglia e i parenti, e la nostra gatta mi saltò 
sulle ginocchia. Per un po’ è stata brava ma poi cominciò a 
fiutare gli odori dei piatti cercando di salire sul tavolo. 
Io le dicevo di  no,  ma lei insisteva e  metteva le zampe 
nel mio piatto. La scacciavo ma lei ci rimetteva le zampe 
nel piatto. Continuò così per qualche minuto, finché ad un 
tratto io non mi sentii un gatto… Avevo un piatto di carne 
davanti al naso, e volevo prenderla, ma mi davano dei colpetti 
sulla zampe e dicevano:no! Ma io dovevo prendere quella carne… 
Pensavo di impazzire, mi prese il panico. Ma tutto ritornò 
come prima quando la gatta è saltata giù, si sedette per 
terra e mi fissò con i suoi occhi gialli, completamente folli.
Ognuno di noi ritornò nel proprio corpo.”

 

Due racconti di Graziella Boldrini

Bavaglina


Ricordo una giornata estiva, assolata, una di quelle che 
ti fa sentire più intensi i profumi del verde, della terra 
e dei fiori. Sotto il sole sembravano rallentare i ritmi 
del giorno e delle cose, anche il volo di una mosca, il 
rombo di un motore.
In tutta questa beatitudine c’era però qualcosa di strano 
e fastidioso: era un rumore ripetitivo, come il battere di 
un martelletto su di un ferro in modo incessante ma che si 
affievoliva.
Mi scossi dal torpore come se avessi percepito un messaggio 
indecifrabile e inquietante. Ne individuai la provenienza: 
qualcosa batteva sulla tettoia di lamiera accanto al pergolato.
Allertai i colleghi dell’ufficio e, con l’aiuto di una scala 
a pioli si scoprì la verità: un povero gatto, con la testa 
imprigionata in una lattina vuota, batteva disperatamente 
sulla tettoia, in un’estrema richiesta di aiuto. Non so da 
quanto tempo intervenire in fretta, se volevamo salvarlo. 
Tentammo il possibile, non troppo fosse lì, ma certamente 
non poteva resistere a lungo in quelle condizioni: si doveva 
convinti, in verità, del risultato.
Ma qualcosa di insperato accadde: il gatto si lasciò afferrare 
senza fare alcuna resistenza; a questo punto toccava a me a 
salvarlo, avendo le mani più piccole. Infilai con cautela due 
dita nel piccolissimo spazio tra la testa del gatto e la 
scatoletta; ebbi l’impressione che il gatto volesse aiutarmi 
ad aiutarlo, perciò appiattì le orecchie ed io riuscii a 
ruotare piano la mia mano con la sua testina, che mi sembrò 
così piccola…
In pochi secondi tutto si risolse nel migliore dei modi: il 
gatto era salvo, il musetto stravolto e madido, e un guizzo 
di vita negli occhi gialli quando mi vide, mi guardò e fuggì 
via, libero, vivo.
Non avevamo nemmeno un graffio, ne la mia mano era ferita
…tutto era andato O.K.
Pensammo che non avremmo più rivisto quel gatto, ma ci bastava 
avergli salvato la vita… Non sapevo nulla di lui, né mi 
sembrava di averlo mai visto, ma avevo notato che doveva 
essere molto bello, con un bel manto a pelo lungo di colore 
grigio sfumato sul dorso, e chiaro sotto. Ricordavo più di 
ogni cosa il lampo di vita nei suoi occhi gialli, in un 
musetto che doveva essere graziosissimo in condizioni normali.
Fu il giorno dopo che vidi al cancello un gatto accovacciato 
che guardava dentro; era molto bello, ed aveva un portamento 
“nobile”. Quando lo osservai meglio non ebbi dubbi: era il 
gatto salvato da noi! Sembrava un incrocio con un gatto 
persiano, o comunque con una razza a pelo lungo; era di 
taglia piccola, forse era una femmina, ed aveva un musetto 
veramente grazioso, occhi penetranti e pieni di luce ed un 
mantello foltissimo.
Ci guardammo, e mi sentii grata per il suo ritorno. Iniziò 
allora un rapporto speciale tra noi e quel gatto, anzi, 
“GATTA”. Era infatti una femmina, sicuramente molto giovane 
e con una sensibilità particolare. Scoprimmo il suo carattere 
schivo, riservato, prudente nei nostri confronti. Amava ed 
ama restare appartata, guardare senza essere vista, conserva 
in ogni circostanza quel misto di nobile e di selvatico che 
la rendeva “Gatta - Regina dei boschi.” Per quel suo pettorale 
bianco e folto che esaltava la sua bellezza, la chiamammo 
“BAVAGLINA”.  Non sapremo mai la storia che portava dentro 
di sé prima del nostro incontro, né lo potremmo sapere neanche 
se riuscimmo a capire il linguaggio felino: Bavaglina è 
diventata sempre più una gatta riservata e timorosa.  
La mia mano si è avvicinata a lei senza mai sfiorarla, né 
poterla accarezzare… Ma ogni volta che la chiamo, Bavaglina 
esce dal suo nascondiglio, si sdraia a pochi passi dai miei 
piedi e mi mostra la sua pancina riccioluta. Allora mi sento 
pervasa da una tale gioia che vorrei assolutamente comunicarle, 
ma lei non vuole le carezze, ed il nostro sentimento si ferma 
alla contemplazione.
Eppure, mentre i nostri sguardi si incrociano, io sento che 
questa piccola, meravigliosa gatta sa quanto le voglio bene.



Gigio e Anna

Conobbi Anna e Gigio insieme, forse 9 o 10 anni fa. 
Li conobbi nel giardino del nostro ufficio, all’interno 
della Villa Giuseppina: Anna, una bella donna bionda, era 
la figlia di Maria, la “gattara” della Villa; Gigio era un 
gattino grigio di qualche mese, reduce da una degenza in 
una clinica per animali perché era affetto da una 
rinotracheite virale.
Anna lo portò da noi nella speranza che si ambientasse 
insieme agli altri gatti che vivevano ormai nel giardino, 
nutriti da noi e dalla Maria, perché il luogo dove il 
gattino era nato era piano di pericoli per un felino 
convalescente ed orfano, e l’idea di Anna poteva essere 
per lui una soluzione. Lo guardai negli occhi, ancora un 
po’ lacrimosi, e notai che non erano uguali: entrambi di 
un giallo-verdino ma di gradazioni diverse. Lo riguardai: 
sentii di chiamarlo “Gigio”, e da allora quello fu il suo 
nome.
Il nostro nuovo amico non restò molto nel “nostro” giardino: 
forse gli altri gatti non l’accolsero bene, o forse il richiamo 
della “sua” strada  fu più forte… Così Gigio ritornò a vivere 
e a cibarsi nella strada accanto alla Villa, dove abitava Anna.
Lo rividi adulto: era diventato un bel gatto, con quello sguardo 
particolare, inconfondibile. Ritornò a cibarsi da noi. Era un 
gatto buono, tranquillo, di quelli che “sanno stare al loro 
posto” e aspettano la loro razione di “pappa”.
Gigio non ci ha dato mai problemi… ci eravamo abituati al suo 
girovagare, e non ci preoccupavamo se per  giorni non si faceva 
vedere nelle “stagioni degli amori”; trovando nella nostra 
colonia solo femmine sterilizzate, si avventurava altrove, 
per tornare poi, tempo dopo, magro e affamatissimo.
Gli anni sono trascorsi, e ci hanno portato via molti affetti. 
Un triste destino ci ha portato via Anna, poi Maria. 
Se oggi sono immersa in questi ricordi, se ricostruisco la 
storia di Gigio, è perché ho in auto con me il suo piccolo 
corpo senza vita… Gigio aveva la FIV, ad uno stadio ormai 
terminale, senza ritorno.
Questa mattina, consigliata dai veterinari, ho dovuto decidere  
di porre fine alla sua vita, alle sue sofferenze.
Ma è sempre difficile, ed ogni volta ci si sente come se 
avessimo tradito qualcuno che ci è caro.
Come altre volte con altri gatti, due giorni fa avevo detto 
a Gigio: “Stai tranquillo, ti porto dal dottore, ti cureremo…”. 
Non era così, non sempre è possibile…
Spero che Gigio non abbia sofferto molto, ed abbia creduto 
di addormentarsi dolcemente, come immergendosi in un sogno…
Addio, piccolo caro.

 

 

Due racconti di Daniela Tanchis


BISOGHETTA GIALLA


Era l’unica sopravvissuta dei tre figli di Soffiona.
La trovai abbandonata nella scatola in cui sua madre 
aveva partorito insieme ai suoi due fratelli già 
semiputrefatti.
Sarebbe morta se non fosse stata adottata da Mascherina,
sorella di Soffiona,insieme ai suoi cuccioli nati da 
qualche giorno.
Erano micini fragili e si ammalarono tutti di una 
bruttissima rinotracheite.
Li curai e a furia di antibiotici riuscii a salvare loro 
la vita, ma le due gattine della cucciolata ebbero gravi 
conseguenze alla vista e persero entrambe l’uso di un 
occhio.Siccome erano una nera e una giallina le chiamammo 
Bisoghetta nera e Bisoghetta gialla* .
Col passare dei mesi Bisoghetta gialla peggiorò e perse 
quasi completamente la vista anche all’altro occhio.
A nulla valsero le cure e l’impegno da me profusi.
Il veterinario pronosticò per lei la cecità completa 
entro brevissimo tempo.
Piansi a lungo e a nulla valsero le parole consolatorie 
di mio marito sul fatto che ci saremmo presi cura di lei 
e che non doveva preoccuparsi di procacciarsi il cibo da 
sola.Io pensavo alla luce del sole e ai colori che non 
avrebbe mai potuto godere,persa in un mondo di ombre che 
divenivano sempre più fitte e timorosa di tutto,anche di 
me che la tormentavo con terapie dolorose.
Era piena estate e dal momento che la gattina,a causa 
della sua menomazione,non usciva dal cortile decidemmo 
di lasciarle godere il tepore delle ultime giornate di 
settembre all’esterno della casa.In autunno l’avremmo 
trasferita al caldo nel seminterrato.
Una mattina,uscendo come al solito in cortile per cibare 
la mia famiglia felina,vidi una macchia dorata tra 
l’erba umida di rugiada.Sembrava un mucchietto di foglie 
cadute.Corsi a vedere.
Bisoghetta gialla giaceva con gli occhi spalancati verso 
il cielo e la bocca aperta in un grido muto,morta.
Pensai fosse stata avvelenata e maledissi piangendo il 
suo assassino. 
Solo più tardi seppi la verità sulla sua fine:quella 
notte diversi cortili furono visitati da una coppia 
di cani,due pastori tedeschi spelacchiati ed affamati,
vittime di un padrone senza cuore.
Tutti i miei gatti riuscirono a mettersi in salvo,solo 
Bisoghetta gialla,attorniata da un  muro di ombre,non 
vide arrivare la fine e se ne andò così,a sei mesi di 
età,senza aver conosciuto altro che il rumore della vita,
trasformatosi in ultimo per lei nel ruggito della morte….


*bisoga  in dialetto sardo significa “priva di un occhio”.
Bisoghetta è un diminutivo affettuoso.





DESTINI PARALLELI

Un tempo aveva avuto un padrone che lo chiamava 
“il mio gatto” ma non si prendeva cura di lui,così 
prese a frequentare il mio cortile,prima sporadicamente 
poi con sempre maggiore frequenza.Era un bel gattone 
bianco e grigio dal carattere schivo che tuttavia non 
disdegnava le mie carezze ed io e mia sorella lo chiamavamo 
Geco,per la sua abitudine di strisciare furtivo lungo i muri 
come un rettile.
Un Capodanno qualcuno gli lanciò un petardo causandogli la 
perdita di un occhio.
Fu così che Geco venne ribattezzato Cechov e venne a 
stabilirsi definitivamente a casa nostra.
Ingrassò a vista d’occhio e divenne pacifico e affettuoso.
Un giorno di settembre del 1997 notai che la sua pancia 
cresceva smisuratamente e lo portai dal veterinario.
Un’ecografia e poi il responso:peritonite infettiva.
Qualche giorno dopo mia madre,che da tempo soffriva di piccole 
fitte al fianco,decise di farsi un’ecografia.
Responso:tumore al pancreas con metastasi al fegato.
Mia madre morì l’11 novembre.Di ritorno dall’ospedale trovai 
Cechov allungato sul vialetto di casa,morto.
Il Destino aveva unito le trame della loro vita e della 
loro fine.
Ancora oggi mi domando se in tutto questo c’era un 
messaggio da decifrare…