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Le metamorfosi
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Due racconti di Graziella Boldrini
Bavaglina Ricordo una giornata estiva, assolata, una di quelle che ti fa sentire più intensi i profumi del verde, della terra e dei fiori. Sotto il sole sembravano rallentare i ritmi del giorno e delle cose, anche il volo di una mosca, il rombo di un motore. In tutta questa beatitudine c’era però qualcosa di strano e fastidioso: era un rumore ripetitivo, come il battere di un martelletto su di un ferro in modo incessante ma che si affievoliva. Mi scossi dal torpore come se avessi percepito un messaggio indecifrabile e inquietante. Ne individuai la provenienza: qualcosa batteva sulla tettoia di lamiera accanto al pergolato. Allertai i colleghi dell’ufficio e, con l’aiuto di una scala a pioli si scoprì la verità: un povero gatto, con la testa imprigionata in una lattina vuota, batteva disperatamente sulla tettoia, in un’estrema richiesta di aiuto. Non so da quanto tempo intervenire in fretta, se volevamo salvarlo. Tentammo il possibile, non troppo fosse lì, ma certamente non poteva resistere a lungo in quelle condizioni: si doveva convinti, in verità, del risultato. Ma qualcosa di insperato accadde: il gatto si lasciò afferrare senza fare alcuna resistenza; a questo punto toccava a me a salvarlo, avendo le mani più piccole. Infilai con cautela due dita nel piccolissimo spazio tra la testa del gatto e la scatoletta; ebbi l’impressione che il gatto volesse aiutarmi ad aiutarlo, perciò appiattì le orecchie ed io riuscii a ruotare piano la mia mano con la sua testina, che mi sembrò così piccola… In pochi secondi tutto si risolse nel migliore dei modi: il gatto era salvo, il musetto stravolto e madido, e un guizzo di vita negli occhi gialli quando mi vide, mi guardò e fuggì via, libero, vivo. Non avevamo nemmeno un graffio, ne la mia mano era ferita …tutto era andato O.K. Pensammo che non avremmo più rivisto quel gatto, ma ci bastava avergli salvato la vita… Non sapevo nulla di lui, né mi sembrava di averlo mai visto, ma avevo notato che doveva essere molto bello, con un bel manto a pelo lungo di colore grigio sfumato sul dorso, e chiaro sotto. Ricordavo più di ogni cosa il lampo di vita nei suoi occhi gialli, in un musetto che doveva essere graziosissimo in condizioni normali. Fu il giorno dopo che vidi al cancello un gatto accovacciato che guardava dentro; era molto bello, ed aveva un portamento “nobile”. Quando lo osservai meglio non ebbi dubbi: era il gatto salvato da noi! Sembrava un incrocio con un gatto persiano, o comunque con una razza a pelo lungo; era di taglia piccola, forse era una femmina, ed aveva un musetto veramente grazioso, occhi penetranti e pieni di luce ed un mantello foltissimo. Ci guardammo, e mi sentii grata per il suo ritorno. Iniziò allora un rapporto speciale tra noi e quel gatto, anzi, “GATTA”. Era infatti una femmina, sicuramente molto giovane e con una sensibilità particolare. Scoprimmo il suo carattere schivo, riservato, prudente nei nostri confronti. Amava ed ama restare appartata, guardare senza essere vista, conserva in ogni circostanza quel misto di nobile e di selvatico che la rendeva “Gatta - Regina dei boschi.” Per quel suo pettorale bianco e folto che esaltava la sua bellezza, la chiamammo “BAVAGLINA”. Non sapremo mai la storia che portava dentro di sé prima del nostro incontro, né lo potremmo sapere neanche se riuscimmo a capire il linguaggio felino: Bavaglina è diventata sempre più una gatta riservata e timorosa. La mia mano si è avvicinata a lei senza mai sfiorarla, né poterla accarezzare… Ma ogni volta che la chiamo, Bavaglina esce dal suo nascondiglio, si sdraia a pochi passi dai miei piedi e mi mostra la sua pancina riccioluta. Allora mi sento pervasa da una tale gioia che vorrei assolutamente comunicarle, ma lei non vuole le carezze, ed il nostro sentimento si ferma alla contemplazione. Eppure, mentre i nostri sguardi si incrociano, io sento che questa piccola, meravigliosa gatta sa quanto le voglio bene.
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Due racconti di Daniela Tanchis
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