…Ho scritto questo racconto partendo da una ripetuta e triste esperienza personale. Chi “fa il gattaro” sa che in ogni quartiere urbano esiste almeno un individuo che si distingue per il suo odio verso i gatti. Odio irrazionale, furioso, malato. Se può, questo “tutore dell’ordine e della pulizia” , favorito dall’indifferenza della gente, si mette a spargere i bocconi avvelenati e a maltrattare i randagi con una ferocia e astuzia senza pari. Ho provato a immaginare: e se una volta in questa sfida vincessero i gatti?  

 Olga Samarina

LA VENDETTA DI BAST

 

A Pepe 

 La mia agonia fu breve ma atroce. Una mano di ferro rovente mi torceva gli intestini, e la testa mi sembrava di  spaccarsi. Ma le mie lamentele, sempre più flebili, nessuno le sentiva. Ero disteso in mezzo ai rovi, lontano da dove passano gli uomini. Ne avevo paura, ora. Aspettavo la morte, e lei so presentò. Mi sentii risucchiato su in alto, sempre più su, trasportato dentro un vortice di energia, e mentre salivo il dolore si attenuava, finché non scomparse  del tutto  quando  entrai in un ambiente sereno e colmo di luce…

Fu colpa mia essermi fidato di quel vecchiaccio dalla bocca storta. Avevo sentito dai gatti vecchi che era uno che ci odia; si miagolava che avrebbe ucciso, a calci, qualcuno di noi. Ma io in quel giorno avevo fame, tanta fame, e non riuscii a trovare niente. Le gattare erano già passate, e fino a domani non avrei leccato nemmeno una briciola di cibo. Ed ecco che arrivò quello li: “Vieni, gattino…su…”,  e mi mostrò un bocconcino succulento. Poi si allontanò continuando a guardarmi. Beh, il cibo mi sembrò buono… il calvario cominciò dopo.

E intanto la mia vita terrena stava per essere terminata. Avevo solo tre anni,  ero amato dalle gattine, andavo orgoglioso della mia bella pelliccia nera. Anche se qualcuno degli umani, vedendomi passava dall’altro lato del marciapiede. Chissà perché hanno paura dei gatti neri!

Una sorta di vento continuava a spingermi  verso una meta ignota; distante riuscivo a distinguere una stella, poi sentii le voci ed i miagolii. Mi trovai in un anfiteatro, davanti a una figura femminile, metà umana e metà felina. 

“Chi sei?” le chiesi. “Dove sono finito?”

“Sei a casa, ora, figlio mio. Sono Bast, la Madre di tutti i gatti della Terra”.

I suoi occhi dolci, verdi come due smeraldi, mi ricordavano lo sguardo della  mamma Chicca, morta sotto una macchina quando ero ancora cucciolo.

“Sono in paradiso?”,  feci una domanda stupida dato che non ne avevo dubbi. Sono sempre stato un gatto intelligente…

“Eh sì, ragazzo”, mi rispose un’altra voce, rauca, che pertanto mi sembrò famigliare. Mi girai e vidi davanti a me un gatto nero con i baffi e la barba bianchi.

“Silvestro!”  “Sono io, ragazzo. Benvenuto”. Che gioia, era Silvestro, mio nonno. Morì anche lui investito. Un motociclista lo inseguì fino a che non riuscì a metterlo sotto. Non era difficile: il nonno era già vecchio e camminava con difficoltà.

“Anche tu ti sei fidato degli umani, Pippo”, mi disse mio nonno. “Ti avevo insegnato che quelli buoni, tanto per distinguerli, hanno sempre un alone verde attorno alla testa. E’ la luce che emana il loro cuore.. Noi gatti la possiamo vedere. Le gattare, poi, hanno in più una leggera sfumatura rosa.  Quelli che non ci odiano ma intanto non ci aiuterebbero mai, hanno il colore giallo-oro, o marrone. Dovevi diffidare invece dei colori marrone scuro e grigio, con delle chiazze nere.  Uomini Neri, li chiamiamo. Sono i cacciatori di gatti, portatori delle disgrazie. Pazienza, io con la mia cataratta non ho visto bene quella moto e non feci in tempo per scappare, ero pieno di reumatismi …ma tu… io non avrei mai mangiato dalle mani di Panicucci. Quando lo vedevo non riuscivo nemmeno a distinguere la sua testa, tanto era sempre avvolta in una nuvola nera…”

“Ma io…sai…avevo tanta fame…” cercai di giustificarmi, mentre la Bast scuoteva la testa in segno di rimprovero.

“La seduta inizia!”  annunciò un miagolio squillante .Vidi un  gatto bianco con un campanello che ci faceva il segno di invito.

Il nonno mi portò davanti alla Bast, alta su un trono di pietre preziose. Aveva le mani, le gambe e il corpo di donna, e la testa di gatto. Sulle ginocchia teneva una cesta dalla quale sporgevano alcune testine; erano gattini piccoli. Quanti ce n’erano in quella borsa! Le sue mani accarezzavano il loro pelo; qualcuno ogni tanto le s’arrampicava sul petto e sul collo. Un leggero chiarore si spandeva attorno alla sua figura. Ai suoi piedi, sui cuscini di velluto, si accomodarono otto gatti, ai quali  si aggiunse anche il nonno Silvestro. Erano tutti anziani e malconci. A qualcuno mancavano una zampa o un occhio, altri erano coperti di cicatrici.

“Siamo il Consiglio degli Anziani”,  disse il nonno. “Anch’io ne faccio parte. In realtà non siamo più così come ci vedi, abbiamo di nuovo i nostri corpi giovani, ma pensammo di assumere queste sembianze perché si possa capire quante sofferenze ci infliggono gli Umani Neri”.

Tacque, perché in quel momento la Bast si mosse e alzò una mano.

“Figlio mio”, esordì, “siamo qui perché qualcuno degli Anziani avanzò la proposta di dare una lezione agli Umani Neri. Di solito non puniamo nessuno, provvedono le Forze Karmiche a renderci giustizia. Ma tanti  mi giungono i miagolii della sofferenza dalla Terra che il mio cuore soffre per voi sempre di più. In certi casi anche noi, divinità dei singoli animali, possiamo fare qualcosa. Aspettavamo la Prossima Vittima. Sei proprio  tu. Tuo nonno annunciò il tuo imminente arrivo perché saresti stato avvelenato da un Uomo Nero”.

“Me lo pagheranno, pagheranno…”, gridò un gatto tigrato senza un occhio e un orecchio, sbattendo la coda contro terra. “Mi avevano sterminato tutta la famiglia, compresa la mia compagna incinta di sei gattini…”

“Non ti agitare, Tigre”,  cercò di calmarlo mio nonno. “Piuttosto pensiamo come fare. In tutte le cose bisogna saper scegliere il momento giusto”.

“Possiamo dare una lezione a uno, due di quei bastardi, ma come facciamo a punire un bel pezzo dell’umanità?” , domandò un Anziano scheletrico con vistose chiazze di rogna.

“Ci saranno dei messaggeri” disse Bast, alzandosi dal trono. I gattini nella cesta strillarono all’unisono per protesta ma lei li zittì con un gesto affettuoso.

 “Ne ho già un bel numero in tutto il mondo”, proseguì. “Sono i Volontari, i gatti che stanno bene nelle famiglie degli umani, amati e rispettati. Per solidarietà con i più sfortunati si presteranno all’opera.”

“Bisogna ammazzarli tutti”, insistette Tigre. “Non meritano di vivere”.

“No, Tigre, infliggere la morte non rientra nei nostri poteri. Per questo esistono delle forze ben superiori, sono quelle che reggono l’universo intero. Ma noi possiamo dare una bella lezione a coloro che vanno contro la madre natura e la dignità degli esseri senzienti che ne fanno parte”. L’espressione di Bast era serena ma decisa. “Non a caso noi gatti siamo dotati di poteri magici…”, aggiunse.

Gli Anziani applaudirono, esprimendo la propria soddisfazione. Mio nonno, leccandomi il viso, miagolo: “E’ saggia la nostra madre…”

Capii che si stava preparando una lezione anche per il mio carnefice. Dovevo pensarci io a punire Panicucci. E allora chiesi: “Chi andrà da Panicucci?”

“Tu!” ordinò la Bast, guardandomi dritto negli occhi.

Discutemmo tutti  i particolari della missione. Quando la seduta fu finita, il nonno Silvestro mi indicò la porta: “E ora aprila. Dietro ti aspetta Chicca, tua madre; moriva dalla voglia di rivederti…”

 

 

Quel giorno Panicucci si sveglio presto. Nonostante piovigginasse  non aveva voglia di stare in casa e uscii prima del solito. Tutte le mattine percorreva qualche centinaio di metri attorno al condominio, stando attento nell’individuare soprattutto le tracce lasciate dalle gattare che avevano il vizio di nutrire quelle bestiacce portatori di malattie: Panicucci aveva una paura dei microbi. Era in pensione da una decina d’ anni;  quando si trovò a casa si sentì sperso, inutile. Non aveva interessi, odiava i libri, i giornali e non gli andava di giocare a bocce o a carte con gli altri pensionati; li reputava stupidi. La vita si svolgeva lenta, colazione passeggiata pranzo cena,  qualche partita di pallone in TV, poi niente, non riusciva più a dormire di notte. Aveva paura dell’infarto, della prostata, dei tumori, e di qualsiasi malattia in agguato. La morte gli  sembrava, lo aspettasse dietro la porta dato che la sua vita lavorativa era finita. 

Non appena assaggiò quelle lunghe giornate prive di senso, la sua attenzione si concentrò sui gatti insediatisi sul terrapieno coperto di rovi, arbusti e di sporcizia umana che sovrastava il cortile condominiale. Sembravano felici in quel mucchio di spazzatura, facevano all’amore, crescevano la prole, vivevano indisturbati, insomma. Questo gli desse un enorme fastidio. Cominciò a perseguitare le donnine che portavano loro il cibo. Se riusciva a trovare una ciotola con l’acqua la buttava via, un mucchietto di croccantini sull’asfalto lo stritolava con i tacchi.   Dalla sua finestra si sbracciava, ordinando  di non dare da mangiare ai gatti.

 Se non funzionava e se la gattara, brutta puttana, faceva finta di non sentirlo, usciva di casa e le correva dietro, minacciando denunce all’ASL, polizia, carabinieri, guardia di finanza. Diventava rosso in faccia e  gli spruzzi di saliva gli uscivano dalla bocca a nuvola.  Il filo del suo discorso girava sempre attorno al problema di fame nel terzo mondo, un problema che certamente sarebbe stato già risolto se i soldi non venissero sperperati per alimentare le bestiacce. Per la verità, non gliene importava nulla di bambini africani o asiatici ma dicendolo gli sembrava di dare più consistenza alle sue accuse. Tra le gattare c’era chi gli rispondeva e chi no; lui sapeva che temevano per le bestie che pertanto, rimanevano poi da sole con lui…E gongolava se riusciva a costringere qualcuna di loro alla fuga ingloriosa.

Intanto gli anni passavano e i gatti non diminuivano. Allora ci pensò lui: qualche gatto (i neri soprattutto gli erano odiosi essendo portatori di sfiga e  parenti del diavolo) lo sistemò lui. Non fu difficile ammazzare un gatto che dorme, soprattutto se uno sta attento a non fare rumore nell’avvicinarsi per sferrare un attacco a sorpresa. La sua ultima vittima fu quel gattaccio nero che ebbe il coraggio di attraversargli la strada ben tre volte, dopo di che lui fece un litigio  con l’amministratore, perse il treno per andare a trovare i nipotini e si trovò, il colmo, la cucina allagata dai vicini di sopra. Fu certamente colpa di quella maledetta bestia.

E allora,  quel giorno piovoso, uscendo per fare il consueto giro, guardò per prima cosa  i rovi sopra la testa e non avendovi notato nessun gatto, si sentì finalmente soddisfatto. Pensò: “Ci sono meno batteri in circolazione ora che è più pulito…”.

Notò una ciotolina con l’acqua nascosta dietro la ruota di una macchina, bestemmiò, poi versò l’acqua per terra e ci sputò dentro, rimettendo la ciotola  al suo  posto.  Trovò una cicca di sigaretta vicino e buttò nella ciotola anch’essa.

Panicucci aveva una scarsa considerazione delle donne in generale; figuriamoci delle gattare. Quelle gli sembravano dei veri rifiuti, credeva che fossero tutte zitelle che nessuno degli uomini normali voleva. L’unica santa donna di questa terra fu sua madre, Maria Pia, passata alla miglior vita  quando lui andò in pensione. Di lei Panicucci conservava ancora un reverendo timore  e le raccontava, durante le visite al cimitero, delle malefatte dei figli e di quella puttana di sua moglie.

Una sottile nebbiolina di pioggia riempiva l’aria.

Guardò ancora i rovi e per un attimo gli sembrò di vedere dietro un cespuglio quel gattaccio nero che ormai non si vedeva un giro da un paio di giorni. Era sicuro che fosse morto. Inforcò gli occhiali, si spostò. No, momento. Lì c’era una figura umana, una donna. “Una gattara!” ghignò Panicucci. “Starà cercando il gatto. Aspetta aspetta, ora ti raggiungo!”

 Cominciò ad arrampicarsi su per il sentierino che si perdeva nella vegetazione, inciampò nella cacca dei cani, maledì tutti quei brutti cani e i loro padroni. Si, dietro l’arbusto si vedeva una figura china di un’ anziana. Notò la crocchia di capelli grigi, un modesto abito. Quando era ad una decina di metri da lei la donna si voltò e Panicucci ebbe una scarica di stupore  e di paura e nel cuore: quella donna era sua madre, Maria Pia, morta  e sepolta nella cappella di famiglia da una decina d’anni. La donna lo guardava, severa, con la sua crocchia e la sua memorabile bocca stretta in una eterna smorfia. Panicucci si fermò, si fece il segno della croce. Scosse la testa. Intanto il fantasma sparì.

Panicucci si girò e corse indietro; raggiungendo l’asfalto della strada e la rassicurante fiancata di una macchina in sosta si appoggiò all’auto e tirò un sospiro di sollievo. Il cuore gli batteva impazzito. Ha sempre avuto paura dei morti, temendo  che un giorno lo sarebbero venuti a prendere nel suo letto, nel sonno.  Rifece il segno della croce e  diede colpa al farmaco contro la pressione che prendeva tutti i giorni. Quando ebbe il coraggio di alzare la testa verso i rovi  rivide il gatto nero. Era seduto li, al posto della donna, chino e mesto. Esattamente come la vecchia un minuto fa . Recitando  il “Padre  Nostro” si affrettò a raggiungere il suo portone. Per quel giorno le ispezioni erano finite.

La sera della stessa giornata, finita la partita in TV, Panicucci prese un sonnifero e dopo una decina di minuti spense la luce. La moglie era andata dai nipotini, era solo. 

Rifletté sullo strano episodio della mattina e non seppe spiegarselo. Il sonno non arrivava, mentre i vicini di sopra tenevano alta l’audio della TV. Panicucci prese un lungo bastone e diede qualche colpo nel soffitto, con sempre più decisione. Inutilmente. Tornò a letto pensando alla vendetta, ma non gli veniva in mente niente; ai vicini di sotto avrebbe versato dell’acqua sporca sul bucato…

Finalmente si sprofondò in un sonno, svegliandosi poi di colpo perché si sentiva soffocato. L’aria nella stanza  sembrava mancare. Si tirò su per  alzarsi dal letto  e andare ad  aprire il finestrino ma  intuì immediatamente che sulla sedia posta vicino al capezzale c’era qualcuno. Richiuse subito gli occhi, li riaprì ma l’incubo non svaniva.

“MMIAAAOOO….” Due occhi verdi diabolici  di un gatto nero come la notte lo fissavano. “…MMIAAOOOOO…”

La bestia sembrava sorridere allargando le fauci e mostrando una lingua rosa, poi fece un balzo saltandogli sul petto e facendolo cadere all’indietro. Panicucci, paralizzato nelle membra e nella mente, non riusciva nemmeno a recitare una preghiera.

“Perché mi hai ucciso Pietro?” disse la creatura del diavolo mettendogli le zampe sul collo.

Dalla bocca di Panicucci uscì un gemito di dolore; cercando di liberarsi non riusciva tuttavia a muovere nemmeno un dito; doveva sentirsi esattamente così una mummia avvolta nelle sue strette bende… Pregava  la  morte di arrivare presto.

“Perché l’hai fatto Pietro?” insistette la creatura, “ero io, tua madre… e tu mi hai ucciso…”

La testa della bestia era a pochi centimetri dalla sua faccia. Panicucci poteva vedere i baffi, la bocca con i lunghi canini  a sciabola e …gli occhi di Maria Pia, verdi, il suo indimenticabile sguardo che lo scrutava e che non perdonava.

“Ero scesa sulla Terra per starti vicino Pietro… tu odi gli animali  ma lo siamo anche noi, tu, io, il tuo vicino; ognuno fa parte dell’Anima Universale che permea l’Universo. La morte significa il ritorno alla vita sotto le altre forme.  Uccidendomi quando avevo le sembianze di quel gatto hai pensato che lui avrebbe potuto essere tua madre in una vita passata?”

Erano le ultime parole che Panicucci sentì: il suo cervello cominciava proprio in quel momento a sgretolarsi sotto  le scariche di una serie di emorragie cerebrali, per cui la spaventosa faccia piano piano si allontanò e si sciolse nel buio che avvolse la sua coscienza.

“Perché l’hai fatto …perché l’hai fatto Pietro?” si lamentava la madre di Panicucci mentre la bestia nera stava ingoiando, pezzo per pezzo,  il suo cervello.

La moglie lo trovo la mattina dopo, disteso per terra accanto al letto, paralizzato a metà,  incosciente, in una pozza dei propri escrementi.

Dopo una settimana di coma e due mesi di degenza in terapia intensiva Panicucci tornò a casa sulla sedia a rotelle. Un giorno, a gesti,  chiese di avvicinarlo alla finestra. Voleva vedere il terrapieno dei gatti. “Madonna” pensò  la moglie, “si ricomincia…”

In quel preciso momento, proprio davanti a loro, una mamma gatta stava prendendo l’ultimo sole della giornata, circondata dalla prole assopita.

“Uuh! Uuh! “ fece Panicucci indicando il gruppetto e  voltando verso la moglie il viso rigato di lacrime. La bocca storta cercava di esprimere un sorriso.

Quando finalmente uscì di casa, appoggiandosi a un bastone, piccolo, scarno, quasi trasparente  vecchietto, che per nulla ricordava il Panicucci di prima, si diresse lentamente verso  l’inizio del sentiero che si perdeva nei  rovi. Tirò fuori da una  borsa una ciotola, due scatolette di latta, un cucchiaio  e una bottiglia. Aprì le scatolette, sistemò il cibo e l’acqua e aspetto l’arrivo dei gatti.

Una gattara lo scrutava dalla sua finestra del quinto piano, pronta a scattare una foto denuncia; e la fece. All’indomani però non successe niente: la famigliola che scese per svuotare le ciotoline era ancora lì, sana e salva, e Panicucci riapparse di nuovo con un piatto di carne trita. I gatti cominciarono a conoscerlo e ad avvicinarsi sempre di più e il vecchio qualche volta osava ad accarezzare un gattino. L’appuntamento serale  divenne un  rito. E quando un giorno  vide un bambinello viziato cercare di dare un calcio a  un gatto, dalla sua bocca storta uscì una raffica di parole incomprensibili ma di chiara disapprovazione. Il bambino, spaventato da quella strana figura che sembrava uscita da una fiaba, si riparò nel portone.

La gattara vigilante che osservava la scena da sopra, da dietro la tendina, ancora incredula di avvenuta trasformazione, non resistette ed applaudì, prima timidamente, poi sempre più forte. Alla fine, si affacciò dalla finestra e sorrise. Panicucci, ancora in collera per il dispetto, alzò lo sguardo e le fece un segno di saluto.

I gatti  sul terrapieno lo scrutavano con l’aria di chi non si stupisce di niente e sa tutto su come va il mondo; i gatti vecchi con orecchie coperte di cicatrici, le femmine con i gattini, alcuni giovincelli di passaggio: umili ma regali, poveri ma dignitosi, partecipi ma distaccati. Figli di Bast.

  

Stava per iniziare la riunione  con i messaggeri di Bast che tornarono dalla missione. Era una marea di gatti di tutti i colori di questo mondo, grandi e piccoli, magri e ciccioni, tutti con la stessa espressione felice sul muso.

Pensai al posto della mia ultima esistenza terrena e vidi subito il terrapieno, Panicucci e i gatti, e poi Panicucci che toglieva gli avanzi del cibo dai loro piatti. Un sottile anello di colore verde-rosa era visibile attorno alla sua testa.

“Hai visto nonno?” chiesi a Silvestro.

“Ottimo lavoro, figliolo”, miagolò mio nonno. “E ora muoviamoci; parleranno i gatti che come te hanno compiuto la loro missione nel mondo degli infami trasformandoli in Esseri …Poi ci saluteremo, la Madre vuole che io abbia una rinascita umana…Diventerò uno che cercherà di insegnare agli uomini  che noi siamo loro e loro sono noi…”