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Gabriella
Quando si parla di qualcuno che si dedica con fervore agli animali,
e ai gatti in particolare, traspare la convinzione che la persona in questione
lo fa soltanto perché non ha figli, marito, oppure perché ce l'ha con il
genere umano. Agli uomini piace credere che un amico, o, più spesso, un'amica
degli animali, sia una persona con qualche carenza nella propria sfera affettiva,
quasi da compatire, che cerca di rifugiarsi in un surrogato della felicità.
Pensiamo che si possa essere felici e appagati sentimentalmente soltanto dentro
un caldo nido famigliare, a fianco di un buon marito o di una affettuosa moglie.
E forse c'è davvero chi preferisce gli animali per via di una rottura con
il genere umano.
Ma c'è anche chi si colloca al di là del vive
corso della sua vita.
E riesce a raggiungere altissimi livelli emotivi esplorando le frontiere che
separano il regno umano da quello animale, abbandonandosi alle sensazioni
che regala il contatto con un'altra specie.
Sarà un ritorno ad una felicità primordiale, quando eravamo un tutt'uno con
il resto della natura? Chi potrà mai provare che sprofondare negli occhi di
un gatto e leggervi "ti amo" sia un'esperienza inferiore e, comunque, meno
intensa di uno scambio d'affetto tra gli uomini?
E poi, gli occhi del gatto ci conducono verso gli orizzonti ignoti, perchè
è l'unico tra gli animali che ha il potere di interagire con la nostra psiche .
Essere conquistati dai gatti significa, per certe persone, imboccare una via
che riserva sorprese e scoperte.
E' una via che non puoi più abbandonare.
Gabriella, che conobbi qualche anno fa, è sicuramente tra queste persone.
Una donna dotata di classe, carattere, intelligenza, fino ad una certa età visse
come tante altre persone: ufficio, famiglia, amici, ferie.
Amava gli animali e in casa sua ebbe diversi cani ed uccelli, senza prestare
troppa attenzione ai gatti. Niente presagiva una brusca virata che un giorno
fece il suo destino.
Fu colpa di un vecchio parco in cui lei doveva entrare tutti i giorni
per andare nel suo ufficio, sotto il porticato di una vecchia villa patrizia.
Il parco, ormai da più di cinquant'anni, fu il regno dei gatti che vivevano in
mezzo alla vegetazione selvaggia. I rovi nascondevano i resti delle statue e
dei ninfei. E i gatti dormivano sui bordi della fontane, sui tetti delle auto,
gironzolavano sotto il porticato e a volte entravano negli uffici.
Un centinaio di ombre sfuggenti che affascinavano molti visitatori del parco.
Erano beniamini degli impiegati, a parte di qualche gattara che veniva
appositamente per sfamarli.
Nei meandri del parco i gatti conducevano anche una via segreta: nascevano
secondo i dettami della natura, entravano e uscivano attraverso i cancelli
della villa, spesso per scomparire per sempre o per morire sull'asfalto
delle trafficatissime strade in mezzo alle quali la Villa sorgeva come un'oasi
di quiete.
Il "colpo di fulmine" fu rappresentato, per Gabriella, da un gattino
bianco e nero, uno di quelli che avevano preso una certa confidenza con gli
impiegati. Per un periodo di feste natalizie il gattino fu messo fuori, nel
Parco, e poi ritrovato, per miracolo, ormai fuori della Villa, in un'aiuola,
fradicio e tremante.
Era LEO. Lei lo portò a casa, dando inizio alla propria odissea felina,
e cioè cominciando ad occuparsi dei gatti del Parco.
Il suo impegno ben presto diventò totale.
Come dice lei stessa in una sua bella poesia:
Ombre furtive,
Passi felpati,
Movenze sinuose,
Fari nella notte che compaiono e scompaiono.
Mostri spaventosi?
Alieni pericolosi?
Molto pericolosi!
Quando li incontri sei finito
Se i loro occhi si posano su di te
Se ti scelgono non avrai più libertà!
Prosciugheranno anche l'ultima essenza
Della tua anima
Non avrai altro amore che loro
A quelli occhi penetranti
A quei manti dai colori festosi
Dedicherai la tua vita.
Per Gabriella l'impegno totale significava dimenticare il tempo libero,
svaghi, ferie e tante piccole cose che rendono la vita comoda.
Quando il suo ufficio traslocò dall'altra parte della città, cominciò, insieme
ad un'amica, a pagare un salato affitto per una piccola infermieria e per
continuare a gestire la colonia del Parco.
La osservai, più di una volta, mentre si muoveva in mezzo agli arbusti per
lasciare, nei luoghi segreti, ciotole e scodelle con il cibo, seguita da una
processione dei gatti.
Nonostante la velocità con cui lo faceva, ai suoi occhi non sfuggivano
gli eventuali ammalati che all'indomani venivano portati dal veterinario
e poi nell'infermeria.
Dovette imparare tanti mestieri, e la vidi maneggiare il trapano con
la stessa abilità con cui adoperava l'ago e il filo, costruire controsoffitti
ed i box d'isolamento.
Divento pure una capacissima infermiera veterinaria, senza parlare di un
notevole bagaglio di osservazioni sui felini che lei accumulò e che farebbe
invidia a molti etologi di professione.
Gabriella non ama sentirsi puntati addosso gli occhi della gente, ed a
un aiuto a volte interessato, ad un fuggevole rapporto con chi non ha la sua
tempra per sopportare i disagi, che si ingigantirono dopo il trasloco dalla Villa,
preferisce una sofferta autosufficienza.
E questo non pochi lascia perplessi. Forse, la Gabriella ha veramente poca
fiducia nel genere umano.
O forse, in questi anni lei imparò qualche saggezza dai gatti stessi,
trasformandosi, sempre di più, in una creatura solitaria e davvero autosufficiente
come loro.
Le storie dei gatti della Villa raccontate dalla Gabriella sono tante,
e qui ne saranno riportati soltanto alcune, tutte basate sugli appunti
scritti di suo pugno.
MAMI Era una della gatte più brutte mai viste: pelliccia di colore grigio insipido, occhietti gialli, un corpo sgraziato e le zampette a grissino. Di bello aveva però uno spiccato senso di maternità. Un giorno nel parco fu trovato un gattino abbandonato che nessuna delle gatte che avevano partorito voleva adottare. Infine fu messo in mezzo alla piazzetta scatenando la curiosità dei gatti espressa con le zampate e le soffiate. La MAMI spuntò come per incanto piazzandosi sopra il piccolo a zampe larghe e mostrando denti a tutti a mò di sfida. Poi lo portò nel proprio nido, dai sui gattini molto più grandi. Non capita spesso di assistere a un atto d' amore simile! MAMI se ne andò un giorno, discreta come aveva vissuto, e nessuno la vide più.
TITTI E BEA
TITTI, la selvaggia, una gatta grigia e bianca con due occhi verdi furbi,
aveva la cuccia dentro il cassetto della scrivania.
Beniamina di tutti, dormiva sopra le pratiche, giocava con le palline di carta,
e si faceva capire alla perfezione: chiamava, se voleva qualcosa, e bussava
alla porta se doveva entrare dentro.
Nervosa e gelosissima verso gli altri gatti, fu sfrattata dal suo nido da BEA,
trovata in Villa ancora con collarino rosso addosso, ma tutta malconcia e
sanguinante.
Le affettuose cure di Gabriella fecero il miracolo, e pian piano quel straccetto
di ossa si ricoprì di una bella pelliccia tricolore.
Soffiava a tutti e voleva stare da sola con la sua mamma umana.
Un giorno, però, uscì dalla finestra e non fece più ritorno: uno dei misteri
della Villa.
Molti gatti sparirono così, inghiottiti dal nulla che stava in agguato in mezzo
ai vecchi alberi.
CAMILLA, "LA GATTA MORTA" Fu condannata a morte dai propri padroni perché troppo aggressiva. Il veterinario, però, non se la sentì di sopprimerla e chiese a Gabriella se voleva prenderla. Così CAMILLA entrò anche lei nell'ufficio occupando tutti gli spazi della Titti. Dopo una breve lotta riuscirono a ritagliarsi un angolino per una. Col tempo diventò una gatta dolce, grassa e coccolona, una delle più docili della colonia. Camilla è la dimostrazione vivente della stupidità e della ferocia degli uomini da cui ebbe la fortuna di sfuggire. Per qualche tempo, però, i veterinari continuarono a chiamarla "La Gatta Morta."
GOLIA Il ricordo di GOLIA è uno di quelli che fanno male anche a distanza di anni. Era sopravvissuto alla caduta dal tetto di un palazzo adiacente alla Villa. Un bellissimo gatto nero con due occhi azzurri, apparentemente Golia non aveva lesioni, ma presto Gabriella si accorse che qualcosa non andava. Gli esami stabilirono che era cerebroleso: non vedeva, non sentiva e non aveva il senso dell'orientamento. Riusciva a malapena a mangiare ma si faceva tutto addosso. Si è tentato di tutto, era venuto persino un professore di Pisa per visitarlo. Si parlò dell'intervento, ma le probabilità di sopravvivenza erano davvero poche. Era duro tenere in ufficio un gatto a cui si doveva segnalare tutte le funzioni da svolgere, e alla fine fu presa una sofferta decisione di farlo sopprimere. Quando, dal veterinario, Gabriella lo prese in braccio, con gli occhi traboccanti di lacrime, Golia per la prima volta si accoccolò e le leccò la mano. Era il suo ultimo saluto.
SISSI LA PRINCIPESSA
La sua storia è come di tanti altri gatti della Villa; infatti,
la SISSI fu trovata nelle scale del palazzo con un raffreddore folle,
fu curata e una volta guarita, continuava a scappare e vagabondare per
le vie adiacenti. Fu ritrovata, quasi per miracolo, dalla stessa Gabriella.
Gironzolava in una via lontano dalla Villa, zoppicante e con la schiena squarciata.
Dopo le tempestive cure si ristabilì ma risultò positiva alla leucemia felina.
Morì anni dopo, di problemi polmonari, ma sembra non per colpa della sua
terribile infezione.
LA SECONDA CASA
Nella comunità della Villa furono ospitati diversi gatti rimasti orfani
dopo la dipartita dei loro padroni. E' il caso di CICCIO, il cui papà umano sul
punto di morire supplicò di trovare una casa per il suo piccolino, ma anche di
molti altri gatti anziani, come MEO, BIANCONA, TERESONA, CRI CRI e NERINA.
Alcuni di loro non ci sono più ma scommetto che nella nuova casa avevano trovato
tanto affetto da non rimpiangere mai la vecchia.
I PERSONAGGI
Conobbi personalmente alcuni gatti della comunità che si facevano notare
in virtù di qualche vistosa caratteristica personale.
GIANNI si spostava trascinando gli arti posteriori, completamente paralizzati
a causa di un investimento. Sopportava stoicamente il disagio, con discrezione
e grande dignità. Sopravvisse al Trasloco nella nuova casa, un evento altamente
traumatico per molti felini. Dopo qualche mese, però, un giorno fu trovato morto.
Dicono che fosse stato un infarto. Se ne andò in silenzio, come era nel suo stile.
Ricordo quel giorno di dolore di Gabriella.
Con Gianni scomparve una pagina di storia della comunità del Nettuno.
MISTER BIANCO, o BIANCONE, vuol dire 12 kg di gatto bianco, sordo come una
campana. E' un gigante dagli occhi azzurri, pacifico e onnipresente.
Lui è la prima cosa che spesso noto entrando nella stanza dei gatti, ovviamente
a causa delle sue dimensioni. Per fortuna, la sua malattia più grave sono le pulci
di cui è infestata la sua pelliccia.
Una volta Gabriella mise la cesta con dentro il Bianco vicino a un armadietto di
cui non riusciva a chiudere le porte, come una sorta di serratura, raccomandandosi
di non spostarlo.
E poi c'è ACHILLE, un gatto piantaunghie, ansioso d’ affetto come un bambino
che ha sofferto; c'è stato, fino a poco tempo fa, GASPARE, più volte salvato dalla
morte. C'è PIERO, un gatto depresso che periodicamente perde l'interesse per il
presente e diventa prostrato. Ci sono tanti altri PERSONAGGI, di cui soltanto la
Gabrilella potrebbe descrivere ogni minimo particolare.
Ma esiste davvero un gatto che non abbia una personalità unica?
ADDIO Gabriella non crede nel detto popolare che riguarda le presunte sette
vite del gatto. Sa che quando c'è il pericolo per la vita di un gatto lo si
deve curare, anche a costo di un sacrificio.
Tante volte ci riesce, altre volte no, ma ogni creatura ammalata riceve da
lei una tale carica di affetto e di tenerezza che si vorrebbe credere
nell'incantesimo dell'amore che fa risollevare i morti.
Osservando la vita dei gatti, lei constatò che i membri della comunità
stando insieme continuano a vivere da solitari, che una mamma gatta, una volta
abbandonati i cuccioli cresciuti, non interviene in loro difesa come farebbe
una mamma umana, e che intorno a un gatto morto disteso per terra il resto del
gruppo continua a vivere come se niente fosse.
Ma constatò pure che spesso tra l'Uomo e il Gatto si instaura un rapporto diverso,
che va molto al di là dei rapporti esistenti tra i membri della colonia.
Ebbe l'impressione che alcuni, e soprattutto i gatti in fin di vita, arrivassero
ad aspettarla prima di morire. Quanti li lasciò la sera agonizzanti per ritrovarli
alla mattina ancora in vita! La salutavano con uno sguardo, una leccatina, un miagolio,
e poi morivano. E a quanti moribondi lei tenne nella mano la zampina finché non spiravano,
soffrendo anche lei come non aveva mai sofferto prima e consapevole soltanto del fatto
che mai come in quel momento loro avevano bisogno di tenerezza e di compagnia.
Rimpiange ancora coloro che se ne andarono a morire in solitudine perché le era
impossibile seguirli. Nel Parco si persero le tracce di BIANCA, la gatta con il
kajal intorno agli occhi, di CLEMENTINA la solitaria, di POLLI, il gatto piscione,
di ERNESTO l'introverso, di BAFFI la scontrosa, di ROSSANA la sorniona, di NANNI l
a ribelle, e di tanti altri. Continuano a vivere tutti nel suo cuore.
E per capire l'atrocità del suo dolore basterebbe leggere questa sua poesia:
Vi chiamo
Rispondete
Mi correte incontro felici
Mi parlate...parlate...parlate...
Quanti discorsi
Ma noi ci capiamo
Per forza
Ci amiamo!
Non ci sono barriere
I vostri prr prr prr
Sono una cascata melodiosa per i miei orecchi
Sono miele per le mie labbra
Sono morbido velluto per il mio collo
Sono un dono per le mie braccia.
Dopo tanta gioia
Perché mi lasciate?
Non sta in una stanza
Non sta in un palazzo
Non c'è spazio che lo possa contenere
Né paragoni a cui confrontare.
E' il dolore che provo ogni volta
Ed ogni volta è sempre più uguale.
Perché mi lasciate?
Perché ve ne andate?
Vi amo!
Tornate!
Era bello vederla arrivare in Villa dopo una giornata di lavoro.
Molti gatti la aspettavano su una piazzetta in fondo al porticato.
A un certo punto, individuata la sua sagoma che varcava il cancello, in fondo
al porticato, il gruppo della piazzetta si metteva in movimento cominciando
a correrle incontro. Qualcuno riusciva a saltarle in braccio, altri le davano
delle affettuose testate contro le gambe. Sembrava che vari prr...prr...prr...si
intrecciassero formando una deliziosa melodia. Decine di code alzate in segno di
saluto, decine di occhietti verdi e gialli puntati sul volto della Gabriella.
E il suo viso si schiariva immediatamente, diventava dolce.
In quel momento riusciva per un pò dimenticare le fatiche ed i problemi da risolvere.
Era una scena di vita in famiglia, una famiglia felice.
Da tempo si spense la luce nella finestra dell'infermeria, quella che
dava sulla piazzetta dei gatti.
Ora, osservando ciò che era il Parco, non si vede che uno spazio deserto,
privato di molti alberi e ripulito dalle erbacce. Qua e là si ergono i resti
delle statue, desolatamente nude, pezzi di un passato che ora sembra sospeso
nel vuoto invece di appartenere al Parco. Non ci sono più i gatti, la comunità
fu sfrattata dai padroni della Villa e costretta ad abbandonare la vecchia dimora.
Ciò che ne resta, dopo, purtroppo, le numerose dipartite dovute allo stress da
cambiamento, continua a vivere in una nuova casa, sempre a fianco dell'instancabile
Gabriella.
Ma quanto è triste sapere che quella piccola luce nella finestra dell'infermeria
non di riaccenderà mai più, quanto è triste vedere il Parco senza le famiglie feline
che lo popolavano. Il vecchio Parco è morto, come tanti dei suoi gatti, e tanti dei
suoi alberi, e solo nei ricordi di chi lo conobbe nei tempi felici continua a vivere
come un'entità unica, un essere meraviglioso dove si erano fuse le anime dei gatti e
degli alberi.
Non è finita, però, la storia d'amore, e proseguirà sicuramente oltre la vita
dei suoi protagonisti.
Non avrà fine l'incantesimo che incominciò quando una Donna incontrò i Gatti.
Il paradiso delle gattare A Graziella Se esiste il paradiso delle gattare Quando ci arriverò, stanca del cammino terrestre, Lì troverò una piazzetta o un muretto Dove mettere le mie ciotole. E allora il nero Omar mi correrà davanti, facendomi cadere, E il Patriarca si avvicinerà lentamente, guardingo, E si metterà dietro un cespuglio… Da un vialetto laggiù verrà la Sissi, Traballando sulla zampette sottili, Dal nulla, come sempre, sorgerà la Bavaglina, E poi sbucherà Federico, un miagolio infantile, E la Giorgia mi si piazzerà davanti in attesa dei croccantini. Quanta gioia nel rivedervi, bambini. Vorrei che il paradiso delle gattare fosse questo, Un luogo di Eterno Ritorno degli amici perduti.
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