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Salve, amico
Tutto si è svolto nel giro di due o tre secondi.
Scendendo le scalette in un giardinetto pubblico,
posto che conoscevo assai bene, notai un gatto che non avevo mai visto prima.
Pareva che mi aspettasse.
Ci scambiammo gli sguardi e capii all’istante di essere stata
da lui riconosciuta.
I gatti sanno sempre chi è affine al loro mondo.
“Hai qualcosa?”, mi chiese il gatto mentalmente e senza molta speranza.
“Mi dispiace”, gli risposi nella stessa lingua.
Sembra che persino le piante capiscano il pensiero.
“Che peccato”, fu la risposta del gatto.
Ci guardammo ancora, da amici, e ognuno proseguì per la propria strada.
Un gatto campagnolo
E’ un contadino, figlio della campagna ligure.
Nel suo DNA c’è scritto il bisogno di alzarsi all’alba,
con le galline, e l’amore per tutto ciò che è verde.
Infatti, divora non soltanto l’erba gatta ma anche le
foglie di lattuga e qualche pianta d’appartamento.
E se alle quattro del mattino sento trascinare per terra
una scatola con i croccantini, non ho dubbi - è lui.
E’ buono, semplice nei modi, fino a sconfinare in una
certa rozzezza bonaria, ed è costante e sincero nelle sue amicizie.
Da buon campagnolo prende le cose così come vengono,
senza pretendere troppo dalla vita.
Infonde calma e fiducia la sua grossa figura poco sofisticata,
tagliata con l’ascia.
E’ uno su chi si può contare, e il mio Pacini.
Sono felice di condividere con lui la mia esistenza.
L'ignoranza
La vedevo passare quasi tutti i giorni, sempre alla stessa ora.
Gli occhi fissi per terra, la bocca stretta in una smorfia.
Immaginavo che andasse a lavorare, a far fatica per pochi soldi,
maledicendo il destino.
Quando raggiungeva un gruppo di gatti che mangiavano,
ordinatamente, ognuno nella propria ciotola, lei cominciava a
borbottare qualcosa, sempre sottovoce. Non riuscii mai a capire
le sue parole, ma fu evidente che erano i gatti a provocare quel comportamento.
Faceva gli scongiuri dopo aver visto diversi gatti neri?
Si indignava davanti allo "vergognoso" spettacolo dei randagi sazi ed accuditi?
I più agguerriti della sua specie non esitano a pronunciare discorsi,
sempre stereotipati, sulla fame nel mondo e sui bambibi africani.
Come se coloro che si dedicano al piccolo volontariato animalista fossero
colpevoli di non aver risolto, prima di passare ai gatti,
i grandi problemi dell'umanità!
Quanti di noi, per amore degli animali, affrontano delle situazioni
come questa ed anche peggio... C'è chi reagisce e qualche volta vince,
e c'è chi rimane ferito ma preferisce di non rispondere, temendo per i gatti stessi.
Ma intanto continua la sua opera del bene, perchè non può tradire tanti
piccoli cuori in attesa di cibo e d'affetto .
Credo che la vita di chi considera il mondo un'esclusiva degli
uomini sia triste. La vivono da eterni insoddisfatti, sotto un ombrellone
grigio che copre tutti i colori naturali, e la luce che splende negli occhi
degli uomini puri e degli animali non arriva mai ai loro cuori raggrinziti.
ORSO
Riuscii a catturarlo e a portarlo dalla mia amica soltanto quando
non aveva più occhi per vedere il mondo. Ma gli rimase un piccolo
grande cuore per amarlo. Da allora visse, coccolato e curato, in una
grande famiglia di gatti, e fu chiamato Orso.
La sua gabbia, sempre aperta, diventò una sala dove si tenevano
delle lunghe conferenze tra amici, che terminavano, immancabilmente,
in una dolce dormita collettiva. E lui miagolava forte, chiamando
tutti quanti se occasionalmente rimaneva solo.
Era decisamente un gatto molto sociale.A parte gli amici aveva
una fidanzatina, dal nome Mascherina, una gattina che rimaneva con lui
anche quando gli altri se ne andavano.
Un giorno il gattile dovette traslocare in un altro posto,
e ci fu un periodo di grande smarrimento. La Mascherina, come, purtroppo,
molti altri gatti, non riuscii a superarlo e si spense.
Orso dopo un pò abbandonò la sua gabbia per capire meglio quello
che stava succedendo. A volte sbatteva contro i mobili, altre volte
riusciva a riprendere il controllo dei propri movimenti.
La sua sagoma nera si vedeva, rannicchiata, nei vari angoli dello
stanzone, sui divani, nel cortile.
Spesso, sentendoci vicino, si aggrappava alle nostre spalle,
e la stretta delle sue zampette magre valeva tanti abbracci umani.
Era un amore allo stato puro, quello che gli animali ci sanno donare
con generosità e che noi, umani, non sempre meritiamo.
Il richiamo di Orso continuava a riempire le stanze: cercava
la sua amica perduta o qualche altra anima gemella. Ma non la trovò,
e nulla al mondo poteva restituirgli i tempi delle lunghe sedute collettive,
che finirono come finiscono tutte le cose.
La sua gabbia, rimasta vuota, fu un giorno portata via.
Orso dimagriva, cominciava e sentirsi sempre più solo, e forse pensava
che quella casa non era più il posto che amava prima.
Contro questa malattia non esistevano le medicine, e non ci restava
che osservare, con dolore, lo spegnimento di questa piccola fiamma.
Quando venni al gattile il giorno che se ne fu andato,
quella grande casa ospitale era come sempre piena di gatti, ma mi sembrò deserta.
Chi era
Su "Il piccolo" di Trieste c'è una commovente rubrica dal titolo
"Chi era".
E' da qui che comincio la lettura del giornale quando mi capita tra le mani.
Sono dei brevi riassunti di vite delle persone umili, apparentemente
insignificanti.
Nessuna di loro fu un divo del cinema nè commise un atto di eroismo.
Erano gente comune: casalinghe che si occupavano della casa e dei figli,
operai, artigiani. Tutt'al più, qualcuno aveva un piccolo hobby.
Gente comune si', ma persone uniche e indimenticabili per qualcuno,
e mi sembra giusto ricordarle cosi'.
E che dire di una vita non umana, ma altrettanto semplice ed umile?
Vorrei spendere qualche parola in ricordo dei tre anziani gatti del nostro
quartiere, mancati uno dopo l'altro. Per tanti anni ci accompagnarono,
discreti, senza dare nell'occhio, come fanno tanti gatti che popolano
le strade del mondo.
Unici ed indimenticabili per li ha amati.
Maculina
Quando a qualcuno venne in mente di dare ai gatti del quartiere
i nomi dei politici lei fu chiamata Tina Anselmi.
Era una vecchia gatta a macchie bianche, rosse e grigie.
Non essendo al corrente di come si chiamasse le diedi il nome di Maculina.
Da giovane la Maculina fece una quantità incalcolabile di gattini
e fu nota per la sua socievolezza e buon carattere.
Aveva il dono di attirare a sè altri gatti e dovunque si mettesse
fu sempre ben accolta. Resisteva stoicamente alle malattie e alle ferite,
già anziana sopravvisse ad un brutto colpo, forse di macchina, per cui rimase
con la bocca storta.
Mori' in un gattile, di un tumore, accudita fino alla fine.
Aveva circa 18 anni, quasi un record per una gatta randagia.
Anche sul letto di morte ebbe al suo fianco diversi gatti che cercavano
di scaldarla con i propri corpi.
Patriarca
Questo era il nome che diedi ad un gattone nero, dall'aspetto
strano alquanto triste.
Aveva una barba bianca attorno al muso ed una coda colore argento.
Entrambe sembravano indicare la sua veneranda età.
Qualcuno mi disse che aveva pure un altro nome: Boss.
Pensai che da giovane era, forse, uno dei maschi dominanti.
Si comportava come un antipode della Maculina, evitando la compagnia
degli altri gatti, e la sua figura cupa si scorgeva sempre in disparte.
Era timido, schivo, diffidente. I traumi della sua lunga vita da randagio
lo indussero a diffidare del mondo, per cui Patriarca preferiva rinuiciare al
pasto piuttosto che esporsi più di quanto gli suggeriva il vuon senso.
Nella sua solitudine mi faceva una grande tenerezza.
Non dimenticherò mai lo sguardo interrogativo e triste dei suoi piccoli occhi verdi.
Mori' anche lui di un tumore, diagnosticato, ahimè, troppo tardi,
e il suo declino fu cosi' rapido che non c'è stato niente da fare.
Avrei voluto gridargli di perdonarmi, per tutto quello che non ho potuto
fare per lui, perchè la fine della sua vita fu anch'essa triste come i suoi occhi.
Briciola
Era rossiccia e nota come "la gattina della latteria".
Visse tutti i dodici anni della sua vita nel tratto del marciapiede
tra il negozio del tabacchino e la latteria, ed era molto mite e ben educata.
Diverse persone del quartiere le volevano bene, e lei non rifiutava
nessuna offerta di cibo, accettandolo con garbo.
Negli ultimi anni della sua vita ebbe il permesso di soggiornare,
nelle ore più fredde, nel retrobottega della latteria.
Vista l'impeccabilità del suo comportamento più volte chiesi
alla lattaia perchè non se la portava a casa.
Mi rispondevano che stava bene cosi', che era abituata per strada.
Tutti credevano che non le sarebbe successo mai niente.
Ma una mattina Briciola fu trovata morta, investita da un'auto.
Il suo corpo fini' in un cassonetto della spazzatura, nonostante tutte
quelle persone che le volevano bene.
Qualche mese dopo fu chiusa anche la latteria, e tutto cambiò.
Altri gatti transitano ora nello spazio tra la tabaccheria e
l'ex latteria, ma nessuno è come lei.
Billy dei gatti
Billy è un grosso cagnone a pelo lungo, alto come un vitello.
Lo incontrai una mattina, a Ronco Scrivia, mentre passavamo in macchina
davanti ad una casa in collina, tutta coperta di fiori.
Sbucarono all'improvviso e si avviarono verso la nostra macchina
tutti: Billy e, dietro di lui, una marea di gatti di tutte le misura ed età.
Ci fermammo bruscamente. Ci stava raggiungendo, a piedi, una giovane donna
con delle borse pesanti.
"Sono venuti perchè mi hanno visto, porto da mangiare a tutti",
ci sorrise la donna, indicando la casa dove sul terrazzo apparve un'anziana signora,
sua madre.
Scendemmo, immediatamente circondati da tutta la tribù.
Il cane mi si strofinò contro le gambe, come fanno i gatti, mentre in mezzo
alle sue enormi zampe giravano, senza alcuna paura, due o tre gattini microscopici.
Ci raccontarono la loro storia: a Billy piaceva fare da baglia ai gattini,
e ne educò più di una cucciolata, lavandoli con la lingua e offrendo loro
tutto il calore del suo grande corpo.
"Sapeste", disse la madre della giovane, "quanti di loro hanno passato
l'inverno tra le sue zampe e sulla sua schiena!".
Guardai con rispetto la folta pelliccia di Billy ed immaginai quanto essa
sia calda e morbida quando nevica e la casa rimane isolata dal resto del paese.
Misi per terra delle manciate di croccantini (ne ho sempre una bella scorta
in borsa, per chi eventualmente mi capita di incontrare per strada),
e rimasi sorpresa della velocità con cui Billy, in una leccata,
le fece fuori senza aspettare i suoi "figliocci".
"Si sente anche lui un gatto come gli altri", spiegò la giovane
preparando altra pappa, questa volta per tutti.
il fiume della vita
Quel gatto di colore tra il grigio chiaro e il bianco sbucò dal nulla,
unendosi agli altri commensali come se mangiassero insieme da sempre.
Era grosso e "buono cone il pane" e ben presto cominciai a riservargli
un trattamento speciale. Mi accompagnava fino al portone di casa rimanendo
con il naso schiacciato contro il vetro.
Aspettava ancora qualcosa, e cioè una scatoletta "da gatti di casa".
Era amabile e ben disposto verso i suoi compagni, facendo, in tutta la giornata,
non più di trenta-quaranta metri di strada, sempre in prossimità delle cuccie
e delle ciotole.
Ma come mi era già accaduto prima, ad un certo punto cominciai a provare
ansia per lui e tutte le mattine tiravo un sospiro di sollievo se lo vedevo arrivare.
Un giorno non lo vidi più e capii che non l'avrei più rivisto.
Fu un trisre "deja-vu": era già successo con altri gatti, e sono sempre quelli
a cui mi affeziono di più. Con il cuore nella stretta d'angoscia girai più volte
tutto il quartiere, sperando in un miracolo, che come sempre, non avvenne.
Chi è coinvolto, come me, nelle faccende dei gatti di strada, avrà notato
che quello è un mondo estremamente mutevole, delizioso ed appagante ma anche
crudele e tragico. Per uscirne indenni bisignerebbe davvero saper mantenere
un saggio distacco buddhista dalla realtà che cambia.
Tutto quello che fai riserva in sè la separazione, la perdita,
l'incognita (uno dei lati peggiori di questo mestiere), e alla fine, la sofferenza.
Non ti appartiene NIENTE e non puoi controllare NIENTE, stai soltanto
sulla riva di un fiume che scorre.
Un fiume che porta via i tuoi affetti ed i pezzi del tuo cuore.
STORIA DI UNA GUERRA
Stanca delle loro liti, un giorno dissi ai miei ragazzi:
Sapete cosa dovete fare? Prendete ciascuno una penna e un foglio di carta,
e scrivete tutto ciò che pensate l’uno dell’altra.
Speriamo che vi sentirete meglio, ed io pure.
Tra poco mi portarono in cucina due fogli scritti con le unghie sporchi d’inchiostro.
Mi misi a decifrarli. Tommasina si piazzò davanti a me con l’aria offesa
cercando di cogliere la mia reazione, mentre Rattin si leccava furiosamente
il petto per mascherare l’ansia.
Nello stesso tempo Pacini continuava a dormire e
Opizzo cercava l’entrata nel dolce nirvana meditando: OMM
MIAO-M-M-M
Ed ecco cosa hanno scritto:
Tommasina: Io vengo da una buona famiglia di gatti della Riviera Ligure.
A suo tempo ricevetti una buona educazione di cui vado orgogliosa.
Avevo una casa tutta MIA, e me la godevo in santa pace,
finchè non vi arrivassero, uno dopo l'altro, ben tre intrusi,
tutti maschi.
Il primo era nero, timido e dimesso.
Con lui non ebbi grossi problemi.
Ma benchè lui accettasse, e da subito, la mia supremazia (era ovvio, no?),
io non esitai a soffiarlo per ben sei mesi. E alla fine non lo notavo nemmeno
perchè se ne stava rintanato in qualche buco, immobile come un peluche.
Il cucciolo che arrivò un anno più tardi era piuttosto maleducato e
non aveva gran che di cervello. Veniva dalla campagna, da quelle famiglie
di gatti dove non si insegna che la caccia ai topi. Altro che buone maniere!
Mi occupai della sua educazione, anche se fu abbastanza inutile.
In un anno lui crebbe a dismisura, si allungò e si allargò, assumendo
le dimensioni di un Maciste. E' proprio un plebeo.
Mi bastava, però, uno sguardo per metterlo al suo posto.
I problemi arrivarono con il terzo maschio. Dovetti faticare e a momenti
ero disperata. Quello veniva proprio dal marciapiede.
Quei figli delle mamme randagie! Lo portarono a casa una domenica mattina,
più morto che vivo, e dissero che forse era stato investito.
Non lo presi sul serio, considerato lo stato in cui versava, ma quello
a sorpresa guari' e rimase anche lui in casa mia comportandosi da padrone.
Il nero, cioè Timidone, lo ignorò, mentre Macistone, il traditore,
dimenticò subito tutte le buone maniere che gli insegnai, e lo accolse
come migliore amico. Diventarono inseparabili e si unirono contro di me.
Si leccavano e si baciavano tutto il giorno, nei posti più in vista, per dispetto.
Randagione osò persino alzare la zampa su di me, trattandomi
come una gatta di strada!
Cosi' trascorse parecchio tempo (mi sembrò un'eternità),
ma io non mi davo per vinta. Contavo sul fattore del tempo.
E come avevo previsto, un giorno Randagione si stufò di combattere,
anche perchè l'unico interesse che ha nella vita è mangiare (che miseria!).
Come risultato, diventò anche lui grosso e ciccione come il suo amico,
e poi si arrese.
Il coraggio non è una questione di muscoli, alla fine vince chi
ha più forza interiore. Vinsi io, naturalmente.
Fortuna che erano tutt'e tre maschi.
I maschi, si sa, sono più stupidi delle femmine e perciò si arrendono
con più facilità.
Ora, però, ho tante cose da fare: devo fingere di dormire sopra il
tavolo in sala (ottima postazione di controllo), per poter vederli tutti.
E ora li tengo tutti in pugno, cioè sotto la zampa: Timidone,
Macistone e Randagione. Ma ora basta, e guai se in questa casa mi portano
qualche altro figlio di una mamma randagia.
Questa è LA CASA DELLA TOMMASINA!
Rattin: E' vero che la mia mamma era una gatta randagia, ma era una
Signora Gatta, altro che quella scorbutica e zitellona. E, per la verità,
anch'io vissi per un pò in una casa, dalla quale mi buttarono sul marciapiede
quando avevo appena sei mesi di vita. Non era una buona casa. Un moccioso mi
tirava la coda, mentre la madre di lui urlava e urlava, finchè un giorno il
padre non disse: "ora basta con i gatti" e mi portò in un posto dove in una
certa ora del giorno si raggruppavano per mangiare tanti gatti senza casa.
Cosi' mi trovai a vivere in mezzo ai rovi. La mia mamma non era più tra
i vivi, ma mi trovai diversi amici La vita in strada mi piaceva: ero libero
di andare dove volevo, con chi voleva. e la strada mi insegnò di non prendersela
troppo con la vita. La Scorbuticona, se dovesse trovarsi in una colonia, non
ce la farebbe a rimanere viva neanche un giorno, con tutti i suoi discorsi
sull'educazione.
Un sabato pomeriggio fui investito da un motorino, scappai nei rovi,
mi addormentai e la mattina dopo mi risvegliai con un gran freddo nelle vene.
Persi di nuovo i sensi e vidi la mamma che mi leccava. Era venuta dall'al di
là per salutarmi.
Fortunatamente, mi trovarono e portarono in casa. Ci fu un bruttissimo
periodo: mi torturarono con aghi e ferri, mi ingessarono una zampa, e poi
me la ruppero di nuovo e mi misero dei chiodi dentro il femore.
E tutto questo tempo la Scorbutica mi fissava con odio.
Lo sentivo che mi dava del Randagione, e vedevo che i baffi le tremavano
dallo schifo che le facevo. Meno male che trovai Ciccione con il quale
diventammo veri amici.
C'era anche Nerone, ma lui mi sembrò troppo distaccato dal mondo, troppo
chiuso. A lui la Scorbutica fa una grande impressione, per cui preferisce
non immischiarsi.
La Scorbutica la affrontai con tutta la mia grinta. Era da vedere come
correva a riferire alla nostra mamma umana, che, ahimè, nutriva un debole
per quella vecchia rognosa. Una volta non resistetti: sentendola darmi del
Randagio,di nuovo, le suonai come si deve. Le spiegai che mi chiamavo Rattin,
che è un nome niente male, adatto ad un gatto simpaticone come me.
Poi fui subito punito, ma non mi importava.
Alla fine, però, ci consigliammo con Ciccione e decidemmo che non ne valeva
la pena di continuare la guerriglia. C'erano tantre altre cose da fare:
cacciare le mosche, mangiare, dormire e al risveglio andare un momentino
sul poggiolo per dare un'occhiatina agli autobus e ad un mostro che viene
ogni tanto e si chiama il Camion della Spazzatura. Ciccione quando lo vede
trema ma io gli dico che quel mostro non ce la fa a salire qua da noi al
quarto piano. E poi qui ci sono io, che ci provi pure!
La Scorbuticona ora sta tutto il santo giorno sopra il tavolo fingendo
di dormire, ma lo so che mi sorveglia. E CHI SE NE FREGA!
Capii che a questo punto tutto era inutile: la guerra continua.
Tirai un sospiro amaro e aprii una scatola dei croccantini.
Al primo, ancora impercettibile rumore si rizzarono quattro paia di orecchie.
Si mangia, ragazzi. E questo vuol dire un armistizio.
IL VOLO ASTRALE
“…Il gatto è sospeso fra due mondi: notte e giorno, mente e materia, corpo e anima. E quello che il gatto fa, e ha sempre fatto, perl’umanità, è farci capire che questi due mondi in realtà sono uno solo..." Gerard e Loretta Hausman
E’ accaduto qualche anno fa. Mi svegliò alle cinque di mattina, ancora nel buio,
mi girai e rigirai nel letto e finalmente sprofondai in uno stato di dormiveglia,
quando la mente è già sveglia ma il corpo è ancora addormentato.
Ad un tratto mi venne l’idea di poter volare.
…Chi non ha mai volato nel sonno? Ma questa volta io non dormivo, e con grande
senso di meraviglia mi alzai dal letto e feci una virata verso la cucina.
Ero senza il corpo fisico, leggera come il pensiero.
Libravo sopra gli armadi, sopra il tavolo della cucina, osservando il proprio corpo,
rimasto immobile nel letto.
La Tommasina era già sveglia da un pezzo e si lavava sul pavimento della sala.
Il suo sguardo attento ma senza il minimo stupore mi accompagnò nel volo; girava
la testa seguendo i miei movimenti.
Sembrava che mi dicesse: “Bene. Finalmente lo fai!”
“Allora, è vero!”, pensai.
“E’ vero che i gatti vedono cose invisibili!”, e questa scoperta mi colpì
più del fatto stesso di “volare senza corpo”.
“Tu stai dormendo”,mi disse la mia mente razionale.
“Verifichiamolo”, le rispose qualcuno in me.
Toccai il soffitto con la mano, e la mia mano “immateriale” sentì chiaramente
la “materia”, fredda e ruvida.
“E’ vero, è vero!”, pensavo, “la materia e lo spirito…e il corpo astrale…”
“Certo che è vero”, osservò la Tommasina dal pavimento, dopo aver finito di
lavare una parte del musetto e passando all’altra.
Non ricordo come ripiombai nel mio corpo e mi riaddormentai.
La mattina io e la gatta ci guardammo.
“Cosa vuoi, io posso vedere cose ancora più strabilianti”, mi disse lei.
E mi lanciò uno sguardo superbo di una divinità egizia.
I GATTI BRUTTI
Un giorno accanto a me si fermò una signora in vena di parlare.
Accanto ai nostri piedi si svolgeva il Grande Rito del Pasto: una quindicina di
gatti randagi si affrettava a ripulire le loro ciotole.
Lei mi raccontò dei persiani di sua figlia.
“Ma sono belli, veramente belli”, diceva, osservando i miei con l’aria di sufficienza.
“Tutti i gatti sono belli, signora”, replicai io un po’ seccata. Si, i miei
erano bellissimi soltanto per me: un certosino dalle orecchie incrostate,
un nero vecchio e cupo, dei tigrati molto comuni e ancora neri, sfuggenti,
indefinibili, grandi e piccoli.
Era il mio Popolo di Sotto le Macchine.
Penso che i nostri, umani, criteri di bellezza, non vadano applicati per gli animali.
E per i gatti in particolare.
Quando sento qualcuno dire che un tale gatto è proprio brutto mi viene in mente
una via di Trieste dove, un giorno, passavamo insieme a mia sorella.
Fui colpita dalla figura schiva di un piccolo gatto.
Rannicchiato all’ombra di una pietra, magro, raffreddato e senza un occhio.
L’altro, deformato dalla malattia, era pieno di pus. Era una triste immagine
della sofferenza trasformatasi nella rassegnazione, di cui i gatti randagi sono
la massima espressione.
“Che brutto…”disse mia sorella.
Non le risposi ma fui dispiaciuta di non poterlo aiutare essendo di passaggio.
Lo sapevo già che non esistono i gatti brutti.
Ora di gatti “brutti” ne ho una collezione e mi piace ritrarli.
Perché i loro occhi, oltre a un velo di malinconia, rivelano un “io” profondo
e inaccessibile, una personalità a tutti gli effetti.
Se sai leggere negli occhi dei gatti randagi, in particolar modo di quelli vecchi,
loro ti parleranno di una vita di fughe e di stenti, del mondo fatto degli uomini
senza cuore, delle piogge d’autunno e dei dolori che pervadono un corpo malato.
Ma questi occhi non ti chiedono un’elemosina, ti pregano soltanto di non violare
un piccolo mondo tutto privato e di non aggiungere altra sofferenza.
Da quasi quattro anni faccio il volontariato in un gattile.
Nei tempi più felici il nucleo storico di questo gattile viveva liberamente
in un vecchio parco. Il parco apparteneva a una villa patrizia dimenticata
da Dio e dai padroni.
I gatti nascevano e morivano all’ombra di secolari alberi, conducevano una
vita segreta in mezzo alle felci e a volte sparivano per andare a morire
nelle strade adiacenti. Ma soprattutto aspettavano l’arrivo della loro Mamma umana.
Per parlarle, per raccontarle tante piccole storie.
Un giorno però, i padroni si erano accorti di un tesoro dimenticato e decisero
di ristrutturare il vecchio parco per aprirlo alle visite guidate.
Una vecchia dimora principesca oggi è una miniera d’oro. E così fu.
I gatti ebbero uno sfratto , e la Grande Mamma faticò non poco per trovare una nuova
casa. Nel frattempo la sua famiglia ebbe una notevole crescita perché non si può
dire di no ai cosiddetti “casi pietosI”: ai gatti ciechi, malati, sbattuti fuori
dai padroni, gatti orfani dei loro anziani “genitori”.
La nuova casa, come, del resto, la vecchia, non è un isola felice.
La realtà dei gattili è fatta dalle malattie la cui potenza supera l’amore delle
Grandi Mamme e la sapienza dei dottori.
Così respirai in quella casa l’aria mista di amore e di disperazione.
Assistetti ai piccoli riti funebri accompagnati da tanto dolore e tante lacrime.
Incontrai dei gattini bellissimi di poche settimane, e dei “randagioni” reduci
di una vita durissima, segnati da traumi a patologie.
Tante sono le storie del gattile…Qui parlerò soltanto di due gatti.
Uno è Schizzo che fu portato dalla Villa ed è vissuto poco. Piansi quando
un giorno seppi della sua morte. Era sempre rintanato negli armadi, da solo,
soffiando chiunque gli si avvicinasse, mentre tutti quanti dormivano abbracciati,
uno sull’altro, fratelli, amici, compagni di avventure. Quante volte mi fermavo
accanto a lui incontrando uno sguardo luciferino! Era un gatto infelice;
decisamente “brutto”, di quelli che non piacciono a nessuno.
Quante delusioni avrà incontrato nella sua piccola vita!
Sarà stato picchiato, lasciato senza possibilità di fuga…
Io gli volevo bene. Addio, Schizzo.
Vorrei tanto che tu avessi avuto una vita da gatto amato e rispettato.
E un giorno arrivò Mauthausen, abbreviato Matti.
Era il gatto più brutto che io abbia mai visto.
Vecchio, dal corpo deforme divorato dalla rogna e del colore indefinibile.
Era sordo e cieco, al posto degli occhi aveva due bulbi azzurri e nebulosi.
Il tatto era l’unico canale attraverso il quale Matti percepiva il mondo.
E mi ero innamorata di lui: era il Dramma del Randagio in persona ma anche l
a sua speranza. Perché nonostante tutte le sevizie degli uomini e peripezie
del destino voleva farcela, aveva tanta voglia di vivere, di conoscere i suoi
compagni, di dialogare con loro. Sotto il tocco delle mani amorevoli della
Grande Mamma lui si raddrizzava, si stiracchiava e sembrava di ricordare di
essere stato, tanto tempo fa, un dolce gatto coccolone, un gatto che era
sepolto sotto la sua brutta pelliccia. Matti visse circa sei mesi e quando
morì mi sentii stranamente serena come fu serena la sua fine.
Ai gatti, e a nessun altro animale, non importa se noi siamo brutti o belli,
vecchi o giovani, se abbiamo successo o siamo degli eterni perdenti.
Ci donano il loro amore e ci affidano le loro vite malgrado tutto questo.
Tutti avranno visto un gatto correre fiducioso dietro una persona, magari mai
vista prima; oppure soffiare e mostrare i denti a uno che si avvicina con
sorrisi e lusinghe.
Perché gli animali, credo, sappiano leggere il nostro
passaporto energetico, l’impronta dell’anima.
E se quella è brutta nessun trucco sarà in grado di mascherarne il vero volto.
Peccato che noi umani, abbiamo smarrito questa capacità - il mondo sarebbe migliore.
Noi, Gente dei Gatti, ci capiamo e ci “leggiamo” a distanza come fanno loro,
avvertendo un qualcosa di impercettibile. E’ come un filo invisibile che ci unisce.
Vivendo in mezzo ai gatti si finisce a imparare tante cose da loro e si diventa
un po’ gatti.
A proposito, non mi dispiace sentirmi chiamare “gattara”, anche se questa parola
fa venire in mente una vecchina umile che va silenziosa dai suoi protetti,
temendo di essere scoperta e sgridata.
Non a caso le gattare classiche amavano andare dai gatti nelle ore notturne.
Questo prototipo, per fortuna, sta scomparendo cedendo il posto alle giovani
e anche agli uomini, coscienti di quello che stanno facendo, forti dei loro
diritti e del diritto degli animali a non soffrire.
Come ci chiameranno nel secolo che verrà?
Forse, Operatori Felini?
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